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Giacomo Maranesi
La chiesa di San Pietro a Fermo e il polittico disperso

ISBN 88-7969-321-2
€ 15,00
Ft.170X240mm
2013, pp. 264, copertina in brossura
Un recente restauro, svoltosi tra il giugno e il settembre 2010, ha fatto tornare a nuova vita il portale della chiesa di San Pietro in Penna (dal lat. pinna, roccia, rupe) a Fermo. Questo testo di Giacomo Maranesi, laureato in Teoria e Tecnica della Conservazione dei Beni Culturali presso l’Accademia delle Belle Arti di Macerata, ha il merito di riaccendere i riflettori sull’intero edificio (il cui ingresso è sito in via Lattanzio Firmiano), che costituisce un vero e proprio «scrigno d’arte» da riscoprire. L’Autore, inoltre, svolge un’attenta lettura delle fonti storiche, giungendo a ipotesi innovative rispetto ad alcuni nodi cruciali e alle risposte maggiormente condivise dal panorama critico.
Il lavoro del giovane studioso si struttura in tre parti. Nella prima si propone una particolareggiata ricostruzione storica che analizza la chiesa di San Pietro in Penna in rapporto allo sviluppo urbanistico della città di Fermo tra le contrade Castello e Campolege, mostrando come non furono i monaci farfensi a fondare la chiesa, ma i cistercensi detti “berrettanti” provenienti dall’abbazia reatina di San Salvatore Maggiore.
La seconda parte, completa di piante, sezioni e assonometrie ricostruttive eseguite personalmente dall’Autore, ripercorre la storia dell’edificio in esame, dal secolo XII ai giorni nostri, attraverso l’evoluzione architettonica e le fasi edilizie, dedicando particolare attenzione anche alle sepolture aperte nel pavimento dell’edificio, al portale, che, per le tante modificazioni subite nel corso dei secoli, viene definito dall’Autore un «palinsesto in pietra» (p. 114), e alla casa del parroco attigua alla chiesa, insieme alla quale essa costituisce un piccolo complesso edilizio.
Infine, la terza e ultima parte dello studio si concentra sulle opere d’arte contenute o provenienti dalla chiesa di San Pietro in Penna, delle quali viene anche presentato un utile catalogo completo che riporta la tipologia dell’opera, la tecnica esecutiva, il nome dell’autore (se noto), la datazione, le misure, il nome del committente (se noto), la provenienza. Un’ampia sezione di questa terza parte è dedicata al massimo capolavoro proveniente dalla chiesa di San Pietro in Penna: il polittico con le Storie dei Santi Pietro e Paolo, o «storie apostoliche», come le definì lo studioso Roberto Longhi, uno dei capolavori del Gotico internazionale a Fermo. Tale polittico, composto da quattordici tavole probabilmente eseguite a tempera e doratura a guazzo, è stato ormai unanimamente attribuito a Jacobello del Fiore, autore del più noto polittico con le Storie di Santa Lucia, oggi custodito presso la Pinacoteca della Città di Fermo.
Al contrario del più noto polittico di Santa Lucia, però, quello di San Pietro non si trova più Fermo, poiché smembrato e venduto nella metà dell’Ottocento. Dopo un secolo di peregrinazioni, ben dodici tavole si trovano oggi negli Stati Uniti, presso l’Art Museum di Denver, in Colorado, il paliotto d’altare a completamento del polittico (cm 62X236), che raffigura l’Imago Pietatis, in Ucraina, presso The Bohdan and Varvara Khanenko National Museum of Arts (Museo di Arte Orientale e Occidentale) di Kiev, e una piccola tavoletta, l’unica conservata ancora in Italia, raffigurante la Crocifissione con la Vergine e San Giovanni Evangelista, fa parte di una collezione privata di Milano.
L’Autore indaga l’aspetto attuale del polittico, che rappresenta il vertice dell’arte pittorica su tavola del Tardogotico presente a Fermo, ne ricostruisce l’aspetto originario, ne legge la particolare iconografia, ne ripercorre le tappe che hanno portato gli studiosi ad attribuirlo al maestro veneziano e a collocarne la realizzazione negli anni 1430-1436 con l’aiuto della bottega.
Alcune mostre locali, “Il gotico internazionale a Fermo e nel Fermano” (Fermo, 1999; cfr. G. Liberati, a cura di, Il gotico internazionale a Fermo e nel Fermano, Sillabe, Livorno 1999) e “L’aquila e il leone” (Sant’Elpidio a Mare, 2006; cfr. S. Papetti, a cura di, L’aquila e il leone. L’arte veneta a Fermo, Sant’Elpidio a Mare e nel Fermano: Jacobello, i Crivelli e Lotto, Marsilio, Venezia 2006), hanno in passato offerto l’occasione per ritornare a parlare delle tavole, un tempo costituenti il grande polittico. Oggi il contributo più originale della ricerca condotta dal giovane studioso fermano è rappresentato da nuove ricerche d’archivio, dalla rilettura di documenti già noti e dall’esegesi di quelli finora inediti, che gettano nuova luce sul committente dell’opera e, soprattutto, sulla sua datazione e sulla sua paternità. Incrociando i dati emersi dalle nuove ricerche con l’iscrizione presente sul paliotto conservato a Kiev, che identifica il committente dell’opera con Gaspare di Giovanni da Fermo, rettore della Chiesa di San Pietro in Penna, lo studioso riesce a fissare un nuovo terminus post quem, rappresentato dalla nomina di Gaspare ad arcipresbitero della Cattedrale, datata 9 febbraio 1439. Lo slittamento della datazione del complesso pittorico, se da un lato chiarisce e determina il periodo in cui l’opera fu realizzata, dall’altro mette in forte dubbio l’attribuzione a Jacobello del Fiore, che morì proprio nel 1439, ed è poco verosimile che l’artista veneto abbia potuto completare una tale opera in pochi mesi.
Da questo punto di vista, si può fare luce su alcune questioni rimaste irrisolte e formulare un’interessante ipotesi. Maranesi, confrontando anche l’attenzione miniaturistica ai dettagli e l’uso di cartoni e modelli, propone una datazione del ciclo pittorico strettamente legata alla nomina di Gaspare ad arcipresbitero e, dunque, un’attribuzione a Jacobello del Fiore per quel che riguarda l’ideazione e l’impostazione del lavoro, e a Ercole del Fiore, ultimo allievo del maestro, adottato ed eletto ad erede della bottega, per l’operato completo e il compimento del polittico.