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Cesare Baroni Urbani
Le ricette di Lidia Urbani tra Ancona e Fiume
Un contributo alla storia della gastronomia italiana

ISBN 88-7969-453-7
€ 20,00
Ft. 170x240 mm
2020, pp. 280, copertina in brossura

Lidia Urbani nata a Sirolo (Ancona) nel 1883, nel 1905 sposa l’irredentista fiumano, nato cittadino austriaco, Icilio Bacci. Icilio si laurea in giurisprudenza all’Università di Camerino e inizia la pratica professionale nello studio dell’avvocato Domenico Pacetti di Ancona, zio di Lidia, nella cui casa conosce la sua futura sposa. Dopo il matrimonio, Lidia segue il marito a Fiume ma la coppia torna regolarmente a Sirolo durante le vacanze estive. Quando, nel 1912, il governo austriaco espelle Icilio da Fiume per le sue attività a favore della cultura italiana, Icilio e Lidia si stabiliscono in Ancona, dove Icilio esercita l’avvocatura fino al 1915. Nel 1919 Lidia accompagna il marito nell’Impresa di Fiume, città dove Icilio diviene dapprima responsabile degli interni e della giustizia e poi, dal 1929, presidente della provincia del Carnaro. Lidia rimane a Fiume fino al 1944, quando il marito la obbliga a lasciare Fiume promettendole che l’avrebbe raggiunta presto. Icilio fu fucilato dagli slavi il 28 agosto 1945 e il suo corpo non venne mai ritrovato.
Tutte le ricette qui riportate provengono da quaderni in cui mia zia (in realtà prozia) Lidia annotava ricette ricevute perlopiù da parenti e conoscenti nelle occasioni più disparate. Molte ricette sono accompagnate dal nome della persona dalla quale e/o del luogo in cui la zia le ha ricevute. Queste informazioni sono state regolarmente ricopiate in questa raccolta. In mancanza delle località come Ancona, (che comprende tanto le conoscenze anconetane che quelle di Sirolo) e Fiume, il nome della persona all’origine della ricetta, che spesso ricordo di aver conosciuto nella mia infanzia o di averne sentito parlare dalla zia, mi ha egualmente permesso di localizzare la provenienza di molte ricette. Le informazioni sulla località di provenienza permettono un confronto tra le cucine delle regioni rappresentate nel ricettario. Alcune poche ricette sono prese da libri o riviste, indicati nel testo. Altre ricette sono identificate con la semplice provenienza “rifugio” e si riferiscono a un rifugio antiaereo durante il soggiorno di Lidia con la sorella a Verona o nella vicina San Martino Buon Albergo nel 1945, subito dopo la fuga da Fiume.
La complessità e la lungaggine di molte manipolazioni fanno supporre che zia Lidia, pur cominciando a soprintendere i lavori di cucina subito dopo il matrimonio, nel 1905, l’abbia fatto con passione ma con l’aiuto di una o più donne di servizio. Alcune di queste persone sono citate come autrici di qualche ricetta. Una conferma indiretta del fatto che la realizzazione delle ricette era destinata soprattutto a personale subalterno, è la ripetizione di frasi in cui battere, mescolare, montare sono accompagnate da avverbi come bene (spesso sottolineato), molto bene o benissimo, esortazioni che ritengo che zia Lidia rivolgesse a un esecutore piuttosto che a sé stessa. A dire il vero, l’uso di parole come “molto”, “bene”, e altre, occorre anche in certi libri di cucina come Il cuoco delle Marche del 1864 dove sono naturalmente indirizzate al lettore.
L’interesse di questa raccolta, oltre alla possibilità di comparare il modo di mangiare anconetano con quello fiumano e pochi altri, risiede anche nell’età delle ricette, quasi tutte d’inizio Novecento. Oggi che rispettare le preparazioni “originali” dei piatti è diventato un simbolo di civiltà ancor prima che di erudizione; si vedano, ad esempio, gli anatemi che si scagliano anche dall’estero su chi prepara la carbonara con la panna (Sereno, 2017), una raccolta di preparazioni del primo Novecento usate in famiglia e delle dimensioni di quella compilata da Lidia Urbani rappresenta una testimonianza unica e di grande interesse.