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Marco Armellini
La Madonna del Buon Consiglio di Falerone
Storia, culto, iconografia


ISBN 88-7969-442-1
€ 18,00
Ft. 170x240 mm
2019, pp. 88, copertina in brossura
La storia della Madonna del Buon Consiglio di Falerone

Il 21 febbraio del 1761, la monaca suor Maria Arcangela Palmieri, che ricopriva le mansioni di refettorista e speziale nel monastero faleronese di San Pietro Apostolo, già in precarie condizioni di salute sin dall’aprile dell’anno precedente, venne colpita da una fortissima febbre accompagnata da atroci dolori addominali e vomiti di sangue che la costringevano a letto. Il medico condotto di Falerone, Marcantonio Monaldi, chiamato al capezzale della monaca ammalata, dopo una scrupolosa visita, riscontrando al tatto un addome indurito e tumefatto che causava una dolorosa compressione sul diaframma e sullo stomaco, le diagnosticò un tumore al fegato. Dopo aver tentato inutilmente tutte le terapie conosciute in quei tempi, assistendola assiduamente per ben 47 giorni, la natura particolarmente aggressiva e lo stato di avanzamento della malattia non lasciarono nessuna speranza sulla sua curabilità, tanto da consigliare estrema prudenza alle converse che l’assistevano, vietandone espressamente la presenza a quelle più giovani per evitare il contagio. La monaca, visitata anche dal Dottor Nicola Serangeli, che concordò con la diagnosi del suo collega, si aggravò a tal punto da doverle amministrare per ben due volte il Santissimo sacramento del Viatico e l’estrema unzione. Il 7 aprile, dopo 46 giorni di malattia, ci fu un (casuale) incontro tra il confessore delle monache, Don Domenico Fermi di Civitanova Marche e Flaminio Ugolini, il quale, dopo aver fatto dipingere da un pittore fermano una immagine della Madonna del Buon Consiglio, l’aveva fatta benedire dal Prevosto Manili, Vicario Foraneo, la cui abitazione era situata di fronte al monastero, al fine di collocarla nella chiesetta di Santa Rosa, di sua proprietà. Forse ispirato dall’alto, il confessore portò all’inferma l’immagine della Madonna, esortandola «a raccomandarsi a Lei di cuore, affinché volesse restituirle la sanità del corpo, qualora però fosse stato espediente per la gloria di Dio e a vantaggio dell’anima sua«. Lasciandola alla contemplazione del dipinto, ordinò alla Badessa Gesualda Emiliani di accendere nella camera dell’ammalata un lume ad olio, prelevandone tre gocce da mettere nella minestra dell’inferma e di recitare tre Ave Maria in onore della Madonna, chiedendole con fede la grazia della guarigione. Il giorno seguente, mentre il padre confessore stava assolvendo il suo abituale compito, venne raggiunto in confessionale dalla Badessa, che gli disse: «Padre confessore, voglio darvi una buona nuova; suor Arcangela è guarita e la Madonna S.S. del Buon Consiglio le ha fatto la grazia«.Raggiunta l’inferma e constatatone la miracolosa guarigione, l’incredulo Don Domenico, benedicendo Maria Santissima, le ordinò di alzarsi e vestirsi da sola affinché ritornasse a compiere i normali atti della sua quotidianità e riprendere i suoi compiti di speziale refettorista. Il Dottor Monaldi, avvertito dell’evento, si recò al monastero per visitarla, notando con incredulità che, alla palpazione, la parte malata, prima dura e dolente, ora si presentava completamente trattabile e priva di ogni dolore, e che la forte febbre era scomparsa. Interrogata, la monaca raccontò la sua versione, cominciando dalla visione della sacra immagine proseguendo con l’esecuzione dei consigli lasciategli dal confessore, per cadere poi addormentata profondamente sul lato dolente, dove prima era impossibile appoggiarsi; nel sonno riferì di aver sognato la Madonna, la quale, con dolci parole le annunciava la guarigione esortandola ad impiegare il resto della sua vita per servire ed onorare Gesù. Suor Maria Arcangela ricordò ancora di aver udito dalla Madre Celeste che a partire dal quel momento avrebbe esteso la sua protezione al paese di Falerone ed ai suoi abitanti, a condizione che essi le fossero particolarmente devoti; alla morte della Palmieri, che si distinse per le sue spiccate virtù, il suo corpo, in senso di rispetto, venne chiuso in una bara di legno, prassi non comune per le monache del tempo. Le vicende relative a questo miracolo vennero raccolte sulla base di testimonianze giurate, rese dal confessore Don Domenico Fermi, dai due medici Monaldi e Serangeli e dalla stessa Suor Mariangela Palmieri, alla presenza del notaio faleronese Barnaba Agabiti. Quegli attestati vennero ricopiati dagli originali conservati all’epoca nel convento delle Clarisse da Don Angelo De Minicis, e confermati da lui come veri, con l’apposizione del sigillo della Parrocchia di Santa Margherita. In seguito a questo evento miracoloso , il monastero di San Pietro Apostolo volle tributare attestati di venerazione e ringraziamento alla Madonna del Buon Consiglio, organizzando per il 19 aprile, l’esposizione della sacra immagine ai fedeli. Per tre sere consecutive tutte le campane di Falerone suonarono a festa, mentre la sera prima dell’esposizione si diede luogo a spari di mortaretti, accensione di fuochi d’artificio, suoni di trombe e tamburi. Una processione composta da tutto il clero con gran concorso di popolo si diresse poi verso il monastero per trasferire la sacra icona nella chiesa matrice di San Giovanni. Dopo la celebrazione della S. Messa con la partecipazione di tutte le confraternite, del clero secolare e regolare e di tutto il popolo, il dipinto non venne più collocato nella chiesetta di Santa Rosa, ma nella chiesa del monastero.