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Andrea Livi (a cura di)
note esplicative Carlo Cipolletti

Fermo nei libri dell'800

ISBN 978-88-7969-501-0
€ 28,00
Ft. 170x240 mm
2022, pp. 196, illustrato, copertina in brossura
Nell’Ottocento è stata rilevante l’attività degli storiografi fermani prima e dopo l’Unità d’Italia. Ciò avveniva sulla scia delle pubblicazioni di fine Settecento, quando allo scadere del secolo troviamo le notevoli ricerche del canonico Michele Catalani e quelle dell’abate Giuseppe Colucci, che era inoltre editore e proprietario di una tipografia.
Le più antiche memorie di Fermo hanno inizio con la Cronaca di Antonio di Niccolò (fino al 1447), continuata da Luca Costantini (1448-1502), proseguita con gli Annali di Giampaolo Montani (1447-1455) e portata avanti da un Anonimo fino al 1557.
Il primo a pubblicare un libro a stampa con una raccolta di documenti sulla storia di Fermo è stato Francesco Adami con De rebus in civitate Firmana gestis fragmentorum libri duo, Roma 1591 per redigere il quale l’autore si giovò delle cronache sopra segnalate.
Nel Settecento i fermani Vincenzo Brancadori, Cesare Erioni, Marcantonio Francolini, Adriano Martello, Giuseppe Porti e altri ancora, si cimentarono in cronache rimaste per lo più inedite. Quella di Domenico Raccamadori è stata da noi pubblicata nel 2003.
Merita una citazione tra gli autori fermani Domenico Maggiori, per il suo poemetto in versi elegiaci De Firmanae Urbis origine atque ornamentis, del 1789.
Giuseppe Porti sistematizzò le notizie storiche nelle Tavole sinottiche delle cose più notabili della città di Fermo e suo antico Stato, pubblicate nel 1836.
L’attività storiografica di Michele Catalani si concluse con la notevole pubblicazione De ecclesia firmana ejusque episcopis et archiepiscopis commentarius, riguardante la Chiesa fermana e i suoi vescovi e arcivescovi. Morì anzitempo mentre era in procinto di compendiare una storia della città.
Giuseppe Colucci diede alle stampe brevi dissertazioni storiche come Dei primi abitatori del Piceno (Fermo 1781 e 1785), ma deve la sua notorietà alla notevole raccolta, in 32 volumi, Delle Antichità Picene, stampate a Fermo presso i “Torchi di Pallade”, tra il 1786 e il 1797, riguardanti la storia di località della regione. È da segnalare anche il saggio di Nicola Peranzoni, De Laudibus Piceni, Fermo 1795.
Intensa fu l’attività pubblicistica di Gaetano De Minicis che pubblicò una serie di volumetti, tra i quali: Cenni storici e numismatici di Fermo con la dichiarazione di alcune antiche monete inedite pertinenti ad essa città, Tipografia delle belle arti, Roma 1839, ed Eletta dei monumenti più illustri architettonici sepolcrali ed onorarii di Fermo e i suoi dintorni, 2 voll., Tipografia delle belle arti, Roma 1841. Collaborò attivamente con articoli di carattere storico a «L’album di Roma», comparsi negli anni 1841-42, illustrati con significative incisioni.
Di Raffaele De Minicis si evidenziano due pubblicazioni Iscrizioni fermane antiche e moderne con note, Tipografia di Gaetano Paccasassi, Fermo 1857 e Serie cronologica degli antichi signori de’ podestà e rettori di Fermo dal secolo ottavo all’anno 1550 e dei governatori vicegovernatori e delegati dal 1550 al 1855, Paccasassi, Fermo 1855.
Francesco Papalini pubblicò frammenti di storia locale nelle Effemeridi della città di Fermo, Loreto 1846.
Si deve a Giuseppe Fracassetti il primo compendio di vicende fermane, Notizie storiche della città di Fermo, del 1841, che qui riproponiamo.
Da segnalare il fermano Giovan Battista di Crollalanza, araldista a livello nazionale.
Apprezzabile l’attività storiografica di Vincenzo Curi che redasse la prima Guida storica ed artistica della città di Fermo, tipografia Tip. Bacher, Fermo 1864, e L’università degli studi di Fermo: notizie storiche, Ernesto Aurelj, Ancona 1880.
Anche Raffaele Vinci è stato autore di libri di storia locale e ricercatore di storia fu anche Filippo Eugenio Mecchi.
Dopo il poderoso studio sull’episcopato fermano di Catalani, saranno i canonici del duomo Francesco Trebbi e Gabriele Filoni Guerrieri a svolgere una notevole ricerca sugli aspetti religiosi e civili della città con Erezione della Chiesa cattedrale di Fermo a metropolitana, Fermo 1890.
Molto attiva nell’800 la produzione di periodici cittadini, collegata ai diversi movimenti politici e ideologici.
Prima di introdurci nella Fermo dell’Ottocento proponiamo quanto scrive sulla città l’erudito senese Giovan Girolamo Carli nel 1765. Provenendo dal Porto: «Si sale per una buona strada sopra deliziose colline», «la Città è situata nel declivio del Monte», «le strade dirette verso la cima sono ripidissime, quelle in giro sono quasi in piano, ma per lo più strette. È piuttosto grande, ma non bella, bensì gode una superba veduta da tutte le parti. Vi è gran Nobiltà, ma non molte ricchezze; il lusso in tutti i ceti è forse superiore all’entrate». L’arcivescovado ha 9.000 scudi di rendita annua, mentre la famiglia più ricca non arriva a 4.000 scudi. L’Università ha un «buon concorso di scolari e lo studio pratico della Legge vi fiorisce più che a Macerata».
Per quanto riguarda l’indole dei fermani dice: «Bel sangue e spiriti svegliati […] sono assai compìti verso i forastieri, ed hanno bel tratto, ma forze eccedono nei complimenti di parole». «La Piazza per una Città di Monte può dirsi grande e bella» e la «Libreria pubblica copiosa di più di 20 mila volumi». Fermo ha 8 mila abitanti, «è ben lastricata e polita». Apprezza le opere d’arte del Duomo e di tante chiese: «In S. Filippo la venuta dello Spirito Santo è di Giovanni Lanfranchi; la nascita di Nostro Signore di Paolo Rubens, opera eccellente, ma che ha patito assai»; nella chiesa di San Francesco il «bel Deposito di un Offreducci, lavoro in marmo del Sansovino»; nella chiesa del Carmine la Natività del Baciccio. In altre chiese ammira i quadri di Ubaldo Ricci «buon pittore fermano» e incontra Filippo Ricci, che ritiene «degno di qualche stima». Visita anche la chiesa degli Francescani Osservanti ove giunge da «un bello stradone, ornato di alcune file d’olmi».
Carli si trattenne a Fermo per tre giorni, ospite in una locanda. Visitò palazzo Adami, palazzo Azzolino e incontrò numerosi intellettuali fermani (Morici, Morelli, Erioni, Bernetti).
Poi si diresse a Macerata attraversando il fiume Tenna, «ove è un lunghissimo Ponte parte di pietra, parte di tavole, strada scoscesa, e mal tenuta».