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Giovanni Battista Tamanti
Poesie fermane 1860-1874

a cura di Sandro Baldoncini

ISBN 88-7969-187-2
€ 16,00
Ft. 140x210 mm
2004, pp. 304, copertina in brossura
«Chi non conosceva a Fermo quest’omino, dal sorriso fine, sarcastico, stereotipato tra i baffetti scuri; dal cappello a cencio leggermente a sghimbescio?
Titta Tamanti era la nota ridanciana e simpatica, che trillava da Porta S. Lucia a Porta S. Francesco. E quando essa ammutolì per sempre, in tutta Fermo fu melanconia – e le liete brigate del vecchio Broglio presero il bruno. Non sappiamo più in quale Gazzetta lo dissero: umorista. Fu giusto l’aggettivo? […] I più che dugento sonetti di questo Fermano vennero licenziati per le stampe un dieci anni or sono, a fascicoli. E fu così, che essi, o detti già all’improvviso o scribacchiati tra due tazze di caffè sopra i tavolini di una bottega, o sparsi pei Mastri di Casa Pelagallo, di cui il Tamanti era ministro, tornarono a Fermo, non più di volo e in aria modesta, ma per farsi guardare e scrutare. E, guardati e scrutati, che essi presentino del buono, qua e là, e del molto buono, è innegabile».
Eran trascorsi vent’anni dalla morte del poeta; otto dalla stampa dei sonetti, allorché Filippo Pio Massi, storico elpidiense, proponeva nello spazio della sua rivista (Il Mio PaesePagine di storia marchigiana –, a. II, Fermo, 1898) la breve, nostalgica memoria di Titta Tamanti.
Nel tracciarne un sommario profilo biografico l’aveva preceduto, nell’agosto del 1890, Giulio Maranesi con la Prefazione alla sua edizione (vedi Nota al testo). E però nella pagina del Maranesi s’assommano, per così dire, notizie essenziali ma frammentarie e con la giunta di qualche inesattezza. Di più non s’apprende dal Crocioni: La poesia dialettale e il Risorgimento nelle Marche, in «Atti e Memorie della R. Dep. di Storia patria per le Marche», s. IV, vol. IV, fasc. I, 1927, pp. 52-61; La poesia dialettale marchigiana, Arti grafiche “Gentile”, Fabriano 1934-36, vol. I, pp. 54-57. Sulle indicazioni fornite dal Maranesi è costruita la pagina di Carlo Ferrari, Giovanni Battista Tamanti, in In cima a ’na Cullìna sta Fermo fabbrecata - Antologia di poesie dialettali fermane con presentazione e commento -, Tipolitografica Fermana, Fermo 1972. Certamente da ricordare è la ricerca di Irene Cassetta (vedi Nota al Testo) la quale ha fornito qualche ulteriore informazione. Una recente, breve notizia è in H. W. Haller, La festa delle lingue, Carocci, Roma 2002, p. 204.
Il poeta nasce in Fermo il 20 dicembre 1818 da Giovanni Tamanti e Marianna Marzetti. Pur appartenendo, con i fratelli Alessandro e Raffaele e la sorella Vittoria a famiglia di modeste condizioni socio-economiche, riesce a seguire, per qualche tempo, gli insegnamenti letterari e giuridici impartiti dal canonico fermano Francesco Michelesi, pubblico professore di eloquenza.
Dedicatosi allo studio della musica e del canto, viene accolto nel 1838, appena ventenne, tra i componenti della Cappella musicale fermana, confermatovi, nel ’41, in «qualità di tenore con la stessa paga». Di tale “carriera” del Tamanti ha trovato conferma Irene Cassetta negli appunti inediti di Aristide Scorcelletti conservati nella biblioteca comunale di Fermo: Spoglio delle notizie sulla Cappella Musicale Metropolitana del Duomo di Fermo. Del direttore della Cappella, Savino Monelli, il poeta sposa, con ogni probabilità tra il 1842 e il 1847, la figlia Serafina dalla quale avrà due discendenti, Pio Ignazio ed Anna. Stando alle notizie fornite dal Maranesi e che, però, non trovano conferma nella ricerca condotta dalla Cassetta, intorno alla metà del secolo, il Tamanti si trasferisce in Altidona per esercitarvi l’ufficio di segretario comunale. Certamente, appena un decennio più tardi, è alle dipendenze, in qualità di amministratore, dei Pelagallo, famiglia della nobiltà fermana. E del conte Carlo Andrea Pelagallo, fin oltre gli iniziali anni settanta, amministrerà il patrimonio e curerà l’educazione dei figli.
Periodo di relativa tranquillità nella vita del poeta, la permanenza in casa Pelagallo, anche per i personali rapporti d’amicizia oltre che di stima e fiducia tra il conte e il poeta. Tuttavia, il peggiorare delle non felici condizioni economiche costringono il Tamanti a cercare un impiego pubblico che, però, non riesce ad ottenere. Seguono anni difficili: al disagio economico aggravatosi per la perdita dell’occupazione presso i Pelagallo si aggiunge, nel dicembre del 1875, l’immatura scomparsa del primogenito Pio Ignazio. Il 17 gennaio 1878 muore Serafina Monelli, moglie del poeta; una settimana più tardi, il 25 dello stesso mese, stanco e malato, anche «l’omino, dal sorriso fine, sarcastico, stereotipato tra i baffetti scuri» si spegne in Fermo, appena sessantenne.