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Benedetto Verdicchio
DAL CARSO AL PIAVE
Diario e Memorie di un combattente della Grande Guerra 1915-1918
a cura di Pietro Molini

ISBN 88-7969-343-3
€ 12,00
Ft. 170x240 mm
2015, pp. 112, copertina in brossura
In occasione della ricorrenza del Centenario dello scoppio del primo conflitto mondiale, un conflitto fatto certamente di grandi e sconvolgenti episodi allorché la diplomazia lasciò il passo agli stati maggiori e toccò alle armi risolvere i vari contrasti economici, politici, etnici che da qualche tempo dilaniavano l’Europa, non possono essere obliati i piccoli e grandi uomini che ne hanno segnato il corso con passione, determinazione, dedizione e soprattutto con quel senso del dovere, divenuto oggi una rarità.
Nel segno di questa immane tragedia, non potrà non essere toccante e insieme di interesse storico, l’iniziativa fortemente voluta dalle due nipoti, Giuliana e Sabina, del soldato di Pausula Benedetto Verdicchio, grazie alla quale viene dato alle stampe e pubblicato un diario rinvenuto quasi casualmente in una cassetta di ricordi gelosamente conservata dal nonno ed a loro pervenuta. Un quadernetto tascabile di cm 9x13, di quelli con la copertina nera lucida marmorizzata e con i bordi delle pagine dipinti di rosso che i più anziani ricorderanno dalle prime esperienze scolastiche. In realtà un taccuino in cui Benedetto annota, qua e là, qualche nome di commilitone, poi, pian piano, si accorge che quelle pagine possono servigli ad altro, ad annotare giorno per giorno i fatti e le impressioni essenziali. Ed ecco che allora comincia a scrivere, e quel taccuino di appunti diventa un vero e proprio diario.
Un «resoconto» ben dettagliato e datato quasi giornalmente, delle fasi più critiche della guerra, steso in un italiano incerto, sgrammaticato, irto di dialettismi, ma tuttavia più significativo, spesso, di tanta saggistica algida, accademica e compiaciuta, se non faziosa ed opportunistica, per far capire cosa significasse, davvero, essere al fronte.
Un racconto semplice e scorrevole, il più delle volte telegrafico e in gran parte scritto con una penna intinta nell’inchiostro di un calamaio servendosi magari di un appoggio di fortuna, che fa immaginare i rari momenti di tregua, in altre situazioni, forse confuse, drammatiche e anche insidiose dove il racconto è più stringato e dove la scrittura, con la matita copiativa, che faceva parte della dotazione militare, risulta più allargata e incerta occupando tutta la superficie disponibile della pagina. Egli sente comunque il bisogno di scrivere in quanto coinvolto in un evento di epocale importanza, del quale si rende conto di essere protagonista, sentendosi stimolato a lasciare una testimonianza di questo avvenimento.
Quasi come un inviato speciale che scrive di getto, nell’immediatezza degli eventi, Benedetto ci coinvolge e, inconsapevolmente, ci conduce nell’inferno dantesco dell’immane lotta fratricida quando, dalle note di cronaca, ci sembra perfino di ascoltare il rombo del cannone. Se questa trascrizione è stata voluta ed attuata, è proprio per tramandare alle giovani generazioni quello che un conflitto comporta oltre ad informarle su quello che i nostri padri, i nostri nonni, hanno sofferto in quei terribili momenti. Occasione questa particolarmente appropriata per comprendere appieno l’importanza del tema della Pace.
Non una frase fuori posto, non una azione avversa al compito a lui assegnato, egli ci si presenta ligio al suo dovere di soldato e difensore della Patria.
In una situazione oggettiva di carenza di motivazioni, egli si trova a far parte di truppe composte perlopiù da contadini suoi pari, costretti a lasciare le loro terre, terre da cui probabilmente non si erano mai allontanati nel corso della loro vita. Persone semplici, come Benedetto, trovatesi spesso, e controvoglia, senza aver nutrito alcuna velleità interventista, a combattere contro gli austro-tedeschi, lontani da casa e dagli affetti più cari. Uno come moltissimi altri, poiché la maggioranza dei soldati erano lavoratori di sparuti terreni, fittavoli o mezzadri, il cui duro lavoro veniva svolto per il solo sostentamento della propria famiglia. Sebbene avvezzi, in questo contesto, ad affrontare giornalmente peripezie, sofferenze e, il più delle volte, anche soprusi, si sono trovati a dover sfidare durissime esperienze per mantenere fede ad un giuramento di fedeltà alla Patria, che non escludeva la perdita della propria giovane vita.
Vite votate ai migliori ideali, di esempi concreti ai quali guardare e ispirarsi, di figure semplici e straordinarie nello stesso tempo, inviate nelle aride lande del Carso o sulle ripide balze delle montagne trentine, con un fucile in mano, e costretti a rivolgere l’arma verso un loro simile solo perché questo vestiva una divisa di diverso colore. Questa massa ha docilmente sopportato una guerra, accettata e voluta da una classe politica intellettuale e affaristica, come un terremoto, con l’inevitabilità di un fenomeno naturale piombatogli addosso, quando, al contrario, la grande maggioranza del Paese voleva la pace. La memoria diretta della Grande Guerra è ora affidata a noi. Sta a noi figli, nipoti, pronipoti recuperare le loro storie e raccontarle ai nostri ragazzi.
Ed ecco che allora si comprende perché questa memoria di dolore, di sacrificio, di dovere e di amore deve essere preservata affinché non vada perduta nell’oblio del tempo, servendo soprattutto da monito per una Pace vera e duratura.
Pietro Molini